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ORTORESSIA E SPORT: QUANDO IL MANGIARE SANO PUO’ DIVENTARE UN “RISCHIO”

Negli ultimi anni il concetto di alimentazione sana ha assunto un ruolo centrale nella vita di molte persone, in particolare tra chi pratica sport. Mangiare bene, scegliere ingredienti freschi, bio o solo ed esclusivamente del proprio giardino, evitare il “junk food” e ottimizzare la nutrizione per migliorare la performance sono comportamenti estremamente positivi. Tuttavia, esiste una linea sottile tra l’attenzione al cibo e l’ossessione che può trasformare un’abitudine sana in un disturbo: l’ortoressia.

Non è ancora definito patologia, come avviene per l’anoressia o la bulimia, ma rimane classificato come “disturbo alimentare” per importanti conseguenze che l’individuo porta con sé nella vita quotidiana.

Esistono due forme di ortoressia:

  • la primaria è caratterizzata da un’ossessione della qualità del cibo, spesso senza consapevolezza dell’esordio del disturbo;
  • la secondaria è legata a condizioni patologiche pregresse, ad esempio: un soggetto inizialmente obeso o in sovrappeso che ha migliorato la propria condizione fisica e che convive con la forte paura di tornare ad assumere cibo in eccedenza e ritrovarsi al punto di partenza. Diventa così ossessionato dalla qualità nutrizionale.

Parlando di sportivi, dobbiamo prendere coscienza del fatto che tendono a possedere una personalità (a differenza dei sedentari) più tendente all’ossessivo-compulsivo, poiché è anche il tratto distintivo che gli permette di arrivare ad ottenere la maggior parte dei risultati di prestigio, caratterizzati da schemi di allenamenti, schemi di alimentazione e numeri, che lo contraddistinguono dal resto della popolazione, sono spinti da forte determinazione e hanno uno stile di vita sicuramente più “schematico”. Fin qui tutto “normale” perché vivere così permette di raggiungere i massimi livelli, ma il punto di equilibrio è minimo e rischiare di “estremizzare” alcuni aspetti legati al cibo è facile. Il problema nasce quando la ricerca del “cibo perfetto” interferisce con la vita sociale, emotiva e fisica, causando ansia, rigidità e restrizioni estreme senza mai sgarrare.

In genere il soggetto ortoressico presenta alcune caratteristiche tipiche tra cui:

  • non mangiare mai fuori casa per paura di “non sapere” come viene trattato l’alimento e la sua esatta provenienza; 
  • focalizzazione sul consumo esclusivo di una sola tipologia di verdura e/o proteina perché la coltiva o alleva e le percepisce come cibo “sicuro”;
  • l’ossessione è data solo dalla qualità e non dalla quantità dell’alimento. 

Le conseguenze sull’atleta possono essere molteplici, quali deficit energetici che comportano cali di prestazione, affaticamento e infortuni, malnutrizione per carenza di micronutrienti e, di conseguenza, squilibri ormonali. Ultimo ma non per questo meno importante: stress psicologico dovuto al senso di colpa quando eventualmente “sgarra”, con ansie, disturbi del sonno e isolamento sociale. Tutto questo alla lunga, diventa un notevole ostacolo fisico e mentale.

Inoltre, esiste una relazione moderata tra sintomi di ortoressia ed esercizio compulsivo, spesso chi ha un alto bisogno di “fare sano” tende anche ad avere una rigida attitudine all’allenamento, ancora una volta questo tratto delinea la tendenza all’ossessivo-compulsivo.

Attualmente, non esistono criteri diagnostici ufficiali per l’ortoressia, il che rende difficile confrontare gli studi, perché gli strumenti di misura che sono solitamente questionari, variano molto, i più utilizzati sono l’ORTO-15 (ma sono stati criticati per la sensibilità, soprattutto quando usati negli atleti).

Ci sono alcune accortezze pratiche che allenatori, atleti e professionisti della salute possono attuare per una maggior sensibilità verso questo argomento:

  • screening: allenatori e preparatori atletici dovrebbero essere consapevoli del rischio di ortoressia, soprattutto nei loro atleti di resistenza, sport estetici o con pressione sul peso;
  • intervento multidisciplinare: coinvolgere dietisti, psicologi dello sport e medici per prevenire che l’attenzione alla dieta diventi patologica;
  • educazione alimentare: promuovere una visione sana del cibo che non metta solo l’accento sulla qualità “perfetta”, ma anche sulla flessibilità, sul piacere e la sostenibilità;
  • monitoraggio del benessere complessivo: non solo prestazione, ma anche qualità del sonno, stato emotivo, motivazioni dietetiche.

L’esperto in nutrizione può avere un ruolo determinante, in positivo o in negativo, perché talvolta può contribuire allo sviluppo del problema con schemi troppo rigidi o demonizzazione di alcuni cibi. Il professionista dovrebbe avere non solo la capacità di padroneggiare e indicare quantità e qualità dei cibi, ma una certa sensibilità umana nel riconoscere la personalità che ha davanti avendo un approccio multidisciplinare: questa caratteristica è ciò che più di tutto distingue un professionista laureato e abilitato, da un eccellente nutrizionista, poiché la “semplice laurea con lode” non sempre è predittiva di una persona empatica e brava sul campo oltre che colta a livello istruttivo.

Quindi, il nutrizionista può essere causa ma anche cura, l’importante è riuscire a riconoscere quando sta per diventarne “il problema” e cambiare o in qualche modo comunicarlo.

Sicuramente un ruolo fondamentale per uscire da questa condizione lo svolge anche chi vive con noi. Prendere coscienza che se si esce occasionalmente dagli schemi con una pizza o un sushi, non si vanificherà il 90% del comportamento alimentare “corretto e pulito” dei restanti giorni.

Il cibo dev’essere serenità e benessere: si sceglie di mangiare bene, con alimenti sani e di qualità.

Nel periodo di off-season anche i “pro” prendono una pausa per vivere in modo più rilassato anche i pasti conviviali e si concedono qualche pizza, crostata, allenamenti con sosta cappuccino per poi ripartire ancora più motivati e carichi verso l’obiettivo. 

Quando si riprende con gli allenamenti, in vista delle gare è sicuramente importante mangiare pulito e in maniera “calcolata” per favorire il recupero e godere dei progressi prestazionali, ciò comunque non toglie la libertà occasionale di uscire dagli schemi mantenendo all’interno del piano un “cibo coccola” che fa parte di uno stile sano, sostenibile fisicamente e mentalmente.

Il cibo dovrebbe essere un alleato, non una gabbia. Ritrovare la leggerezza nelle scelte quotidiane è il primo passo per vivere lo sport, e la vita, con una libertà che fa bene davvero.

 

Sitografia: 

Prevalence of Risk for Orthorexia in Athletes Using the ORTO-15 Questionnaire: A Systematic Mini-Review – PubMed

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