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MARCIALONGA CYCLING

Ci sono voluti alcuni giorni per metabolizzare l’accaduto, ma ora sono pronta a parlarvi di questa gara e di come mai è stata così importante per me.

28 maggio 2023… pronti, via. Parte la 15^ edizione della Marcialonga e io sono determinata e convinta: voglio provare a portarmi a casa il percorso lungo dal momento che lo scorso anno optai per il percorso corto viste le condizioni meteo avverse (neve sull’Alpe di Pampeago). Quest’anno il tempo sembra essere favorevole e io prendo fin da subito la testa della corsa, scollino per prima il Passo Costalunga e trovo un bel gruppo fino in cima all’Alpe di Pampeago. Mi butto subito in discesa perché non ho abbigliamento per vestirmi con me, seguo la moto che mi disegna le traiettorie, scendo forte ma mi sento sicura. La strada diventa dritta e ripida, mi supera un signore e capisco che devo subito prendergli la scia perché io sono leggera e in queste discese non posso rimanere sola. È stato un attimo, non ho tempo di rendermene conto, ma mi trovo fuori strada: c’era una curva che chiudeva e portava in una galleria, noi arriviamo troppo lunghi e usciamo dalla carreggiata. Panico. Il signore davanti a me riesce a tornare in strada, non so bene come, ho i ricordi offuscati. Io ho pochi istanti per decidere cosa fare e decido di provare a tenere la bici per fermarmi piano piano nello spiazzo sterrato. Forse avrei anche potuto farcela, ma non era la mia giornata. In quello spiazzo c’erano i sedili delle seggiovie degli impianti da sci: non posso più evitarle, chiudo gli occhi e spero nel miracolo. 70 km/h- 0 Km/h segna la traccia del mio garmin. Io sono viva, sono cosciente, ma non riesco a muovermi. Non mi guardo, non voglio sapere cosa mi sono fatta, ho troppa paura di rimanere scioccata. Provo ad urlare “aiuto”, ma non riesco, non ho il fiato, sento come un coltello nel petto. Non posso fare niente. Come è possibile che nessuno di quelli dietro di me si sia accorto che io sono caduta? Perché nessuno viene ad aiutarmi? Non ho mai perso conoscenza, il tempo passa, non so quantificarlo, a me pare eterno, vorrei svenire per smettere di avere male, quando ad un tratto arriva qualcuno. Un miracolo (il secondo dopo il fatto di non esser rimasta secca sul colpo). Mi tolgono la bici da sotto e chiamano il medico e qui non so di nuovo quantificare il tempo in cui ho aspettato l’arrivo di questo medico, ho malissimo. Arriva il medico e mi chiede “Annalisa, quanto hai male da 0 a 10?”, neanche ci penso “10”. Ok, da qui il medico mi ha drogata a dovere i miei ricordi sono molto offuscati. Da qui inizia la mia storia, quella bella, quella della fatica del recupero, ma della consapevolezza della fortuna che ho avuto. Ho rotto due metacarpi, l’omero, la clavicola, la scapola e un tot di costole a sinistra che mi hanno causato uno pneumotorace, ma sono viva, potrò tornare a pedalare e alla mia vita senza conseguenze, ci vorrà solo tempo.

Passo una settimana nell’ospedale di Cavalese, prima di essere trasferita a Cuneo dove mi opereranno alla mano. Durante il ricovero mi faccio compagnia con Paolo, anche lui è caduto in una discesa a causa di una foratura. Lui è tutto rotto a destra. In due ne facciamo uno sano. Lo sfrutto e gli chiedo di suonare il campanello per me quando ho bisogno perché il campanello è a sinistra e io non ci arrivo.

Non vi tedierò con il racconto della mia riabilitazione, ma vi assicuro che da quel giorno non ho mai pensato di voler smettere di andare in bici, ma soltanto di voler tornare ad andarci il prima possibile. Sono tornata sulle due ruote con tanta consapevolezza in più, ma la stessa insanabile voglia di pedalare, allenarmi e competere.

È il 25 maggio 2025… Sono andata a vedere in macchina la discesa incriminata, ora sono tranquilla. Prendo da subito la testa della corsa, passo l’Alpe di Pampeago in testa, inizia la discesa. Scendo con prudenza, curva, entro in galleria… è fatta. Il peggio è passato… ma arrivano i crampi!

Eh no, questa volta lo devo a me stessa e a chi mi è stato accanto, devo provarci. Il Valles diventa un’agonia, ma arrivo a Predazzo per prima. Ho vinto. Due anni dopo ho concluso quello che avevo lasciato in sospeso, non ho parole, solo tante emozioni.

Ma perché ho voluto raccontarvi questa storia?

Leggo articoli critici contro le granfondo “sono pericolose, dovrebbero fare solo dei tratti cronometrati in salita, non hanno senso questi rischi per un prosciutto”.

Il mio pensiero? La bici è pericolosa. È pericoloso persino andare a far la spesa in bici perché non sai se il vecchietto ottantenne con la patente ha i riflessi per capire come evitarti. Il ciclismo è uno sport pericoloso perché si raggiungono velocità elevate privi di protezioni, se non il casco. È pericoloso con o senza le discese. In bici si deve salire con lucidità e con consapevolezza. Le discese vanno affrontate e gestite in base alle proprie capacità tecniche di guida. Un adulto che va in bici da quando aveva 6 anni ha abilità ben diverse da un adulto che ha iniziato a praticare ciclismo a 30 o 40 anni. Non potranno mai avere la stessa padronanza del mezzo. Affidatevi a persone competenti e qualificate che vi spieghino come affrontare le curve e le discese. Sarete più sicuri voi e tutti coloro che vi staranno intorno, in gara e non. Al fato e al destino non c’è cura, se è la tua ora e se sei nel posto sbagliato al momento sbagliato non puoi farci niente… “non era la mia ora”.

Infine, a distanza di due anni, ci tengo a sottolineare che forse ciò che è sbagliato nelle granfondo non è il fatto che ci siano le discese cronometrate, quanto il fatto che tutto è sempre più esasperato, nel tentativo di emulare e sentirsi professionisti. Non può e non deve accadere che un ciclista cada e non ci sia nemmeno una persona a fermarsi per accertarsi delle sue condizioni: ricordiamoci bene sempre che la nostra vita vale più di qualsiasi “medaglia”.

 

Buone pedalate e buon divertimento a tutti, io continuerò a pedalare e gareggiare con la consapevolezza che la bici potrà sempre darmi più di quello potrà togliermi.

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